Ultimi istanti di vita

L’impiccagione è prevista per le otto in punto. È ancora presto, sei già fuori casa, cammini mano nella mano col tuo piccolo figlio. Un suonatore di violino tende il suo cappello verso di te, tu non lo noti neppure, lui riprende a suonare, alcuni passanti si fermano ad ascoltare. Prosegui come se intorno a te non ci fosse nulla, solo la mano del bimbo da stringere.
Giungi in piazza alcuni minuti prima che l’esecuzione abbia luogo, ti tieni a distanza dalla folla e volti le spalle al patibolo, il bimbo ti imita.
Una serie di urla si accumulano per dar vita a rumori indefinibili, senti che sta per giungere il momento, è come se potessi vedere quello che accade alle tue spalle.
Il gran baccano ti impedisce di capire, ma d’un tratto giunge un silenzio incredibile, pochi istanti di attesa, le ultime imprecazioni del condannato, il sordo rumore di un collo spezzato, nuovamente le urla della gente.
Stai piangendo, ti allontani a passo lento, senza voltarti, metti una mano davanti agli occhi del bimbo.
Ti fermi a sedere su di una panchina, distrutta dal dolore.
“Cosa hanno fatto a papà?”
“Ce lo hanno portato via”
“È morto?”
“Sì…”
“Perché bisogna morire?”
“La vita è un peso troppo grosso per poter essere trascinato in eterno”
“Ce lo meritavamo?”
“Eravamo troppo felici, forse”
Capisci che il piccolo non prova dolore perché non si è ancora reso conto dell’accaduto. Ti metti ad osservare l’albero davanti a te senza proferire parola.
“Mamma?”
“Sì?”
“Torniamo a casa?”

Occhi ben aperti

Mentre guardo fuori dalla finestra altro non vedo che l’ombra di me stesso. Vorrei quasi afferrarla, solo che non ne sono capace.
Cos’è quello che i miei occhi captano istante per istante? Forme insignificanti schiacciate dal tempo?
Continuo a tenere le palpebre alzate senza effettivamente capire quale valido motivo mi spinga a farlo, è forse il vuoto che vedo intorno a me più confortante di un buio perenne e inesorabile?

Una sera inutile

Mi sentivo completamente solo.
Lei dormiva, io ero nel salone a guardare la tv, più che altro facevo scorrere una serie di immagini davanti ai miei occhi sperando che queste potessero scacciare la noia o almeno liberarmi dal peso del tempo che non se la sente di passare. Dopo aver perso speranze al riguardo spensi il televisore.
Avevo voglia di parlare con lei ma al contempo non me la sentivo di interrompere il flusso dei suoi sogni, forse sarei dovuto andare a dormire anch’io, ma il sonno non se la sentiva di infliggere un colpo alla mia nuca, quella sera.
Mi preparai una tazza di tè, con tanto zucchero. Non mi andava di finirlo tutto, perfino il tè riusciva ad annoiarmi.
Volevo uscire a prendere una boccata d’aria, ma vestirmi sarebbe stato eccessivamente faticoso.
Andai in camera, la guardai dormire, le carezzai il viso, avvicinai l’orecchio per sentire il suo respiro. No, non valeva davvero la pensa svegliarla.
Mi tuffai delicatamente sotto le coperte, mi addormentai, feci un incubo tremendo: la mia vita sarebbe stata così, per sempre.

Colazione da McDonald’s

Seduto a quel tavolo sento la netta sensazione di aver lasciato a casa qualcosa di vitale.
Addento il big mac dopo aver tolto con minuziosa cura i cetriolini, mi guardo intorno, qualcuno sta bevendo un caffè, qualcuno mordicchia il suo muffin.
Mi specchio nella vetrata a fianco, osservo le persone là fuori, chissà dove sono dirette, traccio nella mie mente le linee spezzati di quei percorsi, chissà dove mi porteranno.
Seguo con lo sguardo una donna che cammina frettolosamente lungo il marciapiede, gira l’angolo e sfugge al mio campo.
Ogni forma di vita sembra avermi voltato le spalle, mi sento aggirato.
Finisco il mio panino in fretta, non riesco però ad alzarmi da quella sedia, sarà una giornata troppo uguale alle altre per avere il coraggio di cambiarla, qui, dal principio.