Archivi Categorie: drammi esistenziali

Seduto a quel tavolo sento la netta sensazione di aver lasciato a casa qualcosa di vitale.
Addento il big mac dopo aver tolto con minuziosa cura i cetriolini, mi guardo intorno, qualcuno sta bevendo un caffè, qualcuno mordicchia il suo muffin.
Mi specchio nella vetrata a fianco, osservo le persone là fuori, chissà dove sono dirette, traccio nella mie mente le linee spezzati di quei percorsi, chissà dove mi porteranno.
Seguo con lo sguardo una donna che cammina frettolosamente lungo il marciapiede, gira l’angolo e sfugge al mio campo.
Ogni forma di vita sembra avermi voltato le spalle, mi sento aggirato.
Finisco il mio panino in fretta, non riesco però ad alzarmi da quella sedia, sarà una giornata troppo uguale alle altre per avere il coraggio di cambiarla, qui, dal principio.

Proprio non ci voleva, non in questo momento, cazzo. Non avrei dovuto vederlo.

Poggio la tazza sul tavolo, non è completamente vuota, non ancora.
Non ho niente da fare, da dire, non ho voglia di pensare, ho voglia di prendere la porta a calci e uscire di qui, ma al momento pesa troppo.
Scatto un paio di fotografie, cerco con l’obiettivo quadri lontani.
Tentare di esistere è un continuo fallimento.
Sotterro la penna con cui scriverò il romanzo della mia esistenza in un posto lontano, non la voglio più trovare, son parole che non hanno bisogno di essere scritte, e forse nemmeno di essere vissute.
Finisco di bere quel maledetto tè.

Mi stai scomparendo davanti agli occhi. O forse non ci sei mai stata?
Forse ti ho solo sognata.
Forse sei un ricordo che arriva da lontano, come un eco spentosi nell’aria.
Forse sei solo un’allucinazione, tendo la mia mano verso di te ma non riesco ad afferrarti.
Sei un puntino lontano, non riesco più a distinguerti.
Ti ho mai avuta vicino?
Forse per qualche istante, ma non ho avuto il coraggio di stringerti a me.
Forse per istanti interminabili, ma il tuo sguardo volgeva altrove.
Non mi resta che un vago ricordo di quello che avrei voluto dirti. La mia bocca è rimasta cucita, le parole di ora sono tardive, come sempre.

Sono su un cazzo di treno che non conosce la strada, un treno indeciso, dubbioso.
Alla mia sinistra c’è un tizio che russa producendo gli stessi rumori che esternerebbe un maiale trafitto da un palo.
Alla mia destra due angeli di sesso opposto parlano del loro arrivo sulla terra. Dopo circa 2 minuti mi giro e non ci sono più.
Fine della corsa, arrivo alla stazione, discesa dal treno.
Non mi resta che star fermo ed attendere il prossimo.

Di non saper cosa scrivere.
Di non riuscire a descrivere ciò che sta dentro e non vuole uscir fuori.
Di non saper tirare un lazo alle proprie emozioni, afferrarle mentre sono in corsa.
Di piangere improvvisamente.
Di prendere a testate un muro.
Di bersi un sorso d’anima e poi avere la nausea.

Forte è il rumore della sveglia, non vuoi assolutamente svegliarti, ma il suono continua a pulsare nelle tue orecchie, penetra all’interno del tuo cranio fino a diventare intollerabile, ti alzi. Mentre ti incammini verso il bagno ripensi a lei, a quella delusione, a quei pezzi condivisi e mai più restituiti, all’impossibilità di poter tirare un calcio al muro, perché non vuoi far arrabbiare tua madre. Puoi sentire l’odore della brioche calda provenire dalla cucina, guardi fuori dalla finestra, il sole divora i tuoi occhi. Addenti quella brioche fino a distruggerla, ti specchi nella tazza del tè non vedendoci altro che una faccia vagamente familiare.
Esci di casa e imbocchi il viale, ti incammini verso dove non vorresti, porti i tuoi passi vero un incontro inevitabile. Vedi lei, non è distante ma la percepisci lontana, inafferrabile, la puoi raggiungere con lo sguardo eppure è ancora un puntino sfocato sullo sfondo. Le passi davanti, lei fa finta di non vederti, posa il suo sguardo altrove, verso un albero, verso la cornice, verso un campo dove la tua assenza è rassicurante.
Ti accendi una sigaretta e continui a camminare, non c’è altro da fare, non ti resta che il pensiero, un ricordo che preme e dal quale vuoi fuggire, corri, ti fermi, riparti, ti cade la sigaretta di mano, ma non ne fai un dramma, nel pacchetto ne hai ancora sei…
Inizia a piovere e tu non hai l’ombrello, ma non torni di corsa a casa, aspetti che le gocce ti piombino addosso come macigni, che l’acqua cancelli il peso della tua esistenza, esile come il ramo di quell’albero, davanti a te, che sembra in procinto di staccarsi per sempre.
Una foglia si stacca da quel ramo e inizia la sua caduta trascinata dal violento incedere della pioggia, vorresti poterla rubare, portarla con te, ma cade a terra, hai perso la possibilità di farla tua.
Ti siedi su una panchina, non ti importa di bagnarti.
Ti rialzi, ti metti a frugare tra l’erba, che cosa stai cercando?

L’emozione, improvvisa e devastante, la catapulta all’esterno.
Una lacrima è troppo pesante per essere trattenuta.
Una lacrima cade verso il basso perché un pezzo di noi ci abbandona.
Scorre lungo il viso, lo bagna, lo avvolge.
Una lacrima è troppo leggera per lasciarci in fretta.
Una lacrima scorre sulla guancia perché abbiamo paura di asciugarla.
Si stacca dal volto e cade, inesorabilmente, a terra.
La nostra lacrima non ci appartiene più.

Scivolo delicatamente sulla neve camminando per le strade di una città di pupazzi immobili.
Sciolgo il ghiaccio col calore delle mie lacrime, nessuno viene a tendermi la mano per rialzarmi. Mi sento incredibilmente solo, frustato da uno sguardo che non punta mai verso me ma sempre altrove, chissà poi perché.
Rimango ancora a terra, guardo dal basso la neve che cade sul mio volto, desidererei tanto che fossero pezzi di me a scendere dal cielo, ma così non è.
Mi cullo nei miei singhiozzi fino a non sentire più il gelo che mi circonda, ho freddo al cuore e attendo che qualcuno vi posi sopra la sua mano.
Mi rialzo per evitare la spada della tristezza ma non riesco più a muovermi, sono immobile, un pupazzo di neve in una città di angeli volanti.